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sabato, 17 dicembre 2005

The Clash

Give 'em Enough Rope

Quando Mark Perry, dalle pagine della sua fantine Sniffin’ Glue  disse che il punk era morto nel momento in cui i Clash firmarono con la CBS tutti i torti non ce l’aveva. Il 1977 era stato attraversato – e devastato – da un ciclone di intensità paurosa ,ma come tutti i fenomeni atmosferici, anche i cicloni si affievoliscono e diventano venticelli. E infatti, alla distanza il punk inglese dimostrò di non sapere resistere nemmeno un anno. Andati i Sex Pistols, rincoglioniti i Damned, simpaticamente cazzari ma non perfettamente a fuoco i Buzzcockes, decisamente fuori dal mirino i Jam, sconosciuti gli Adverts, ininfluenti tutti gli altri. Restavano i Clash. Che di punk, a voler essere sinceri, ne avevano qualche grammo giusto nel disco d’esordio. Troppo legati alla tradizione Rock’n’Roll, di vedute troppo ampie, di orizzonti troppo ambiziosi per essere risucchiati nel ghetto dei tre accordi e delle creste da mohicano.

La prima nota di Give ‘ Em Enough Rope , secondo lavoro dei quattro londinesi, è il chiodo finale nella bara del punk. Un colpo di rullante che esplode come una mitragliatrice, i toni sostenuti, le chitarre che ruggiscono. Safe European Home mostra subito i muscoli ed è scandalo. Anche se il trittico iniziale, completato da English Civil War e Tommy Gun, è di quelli che devastano e lasciano vittime sul campo. Si grida allo scandalo perché finalmente un gruppo che si presumeva fosse punk prende il coraggio a piene mani,alza il volume, sgancia la sicura e parte, sgommando, impennando, verso lidi assolutamente sconosciuti. Il suono si indurisce, e le intenzioni si induriscono ancora di più, dimostrando che, a posteriori, il vero capolavoro dei Clash non sarà London Calling.

E’ un disco a tratti rollingstonesiano, che un attimo  prima si lega alla tradizioni e due secondi dopo le mastica e la risputa. E infatti l’intro di Guns On The Roof è uguale alla sequenza di accordi di Can’t Explain degli Who (e sarà uguale a quello di Clash City Rockers di qualche anno successiva), English Civil War è il rifacimento di una canzone tradizionale. Così come tradizionalmente Rock’n’Roll sono Drug Stabbing Times e Cheapskates, così come Julie’S Been Working For The Drug Squad apre a scenari soul con quel suo piano be-bop, così come Last Gang In Town sembra un pezzo degli Small Faces. Ea dnche quando idulgono in tempi in levare, i quattro lo fanno con un piglio Rock'n'Roll, tralasciando le influenze giamaicane che trasparivano dalla cover di Police And Thieves di Juinior Murvin del primo disco. E' indubbiamente il lavoro che più risente delle idee di Mick Jones, il vero (e forse unico) rocker del gruppo, stretto com'era tra le doti da entertainer di Strummer, l'amore per i ritmi giamaicani di Sinonon e la perizia jazz, funk e soul ddi Topper Headon, tutti ingredienti che faranno dei Clash la leggenda che sono e che, mischiati sapientemente, daranno vita ad altri dischi fenomenali. Il tradimento si compie, insomma,la comunità punk volta loro ottusamente le spalle mentre un orizzonte di possibilità infinite si apre, possibilità che i quattro saranno lesti a raccogliere nei dischi successivi.

Cambia il batterista, e si sente. Del dilettantismo allo sbaraglio dell’ex Tory Crimes ( a.k.a. Terry Chimes, che sarà richiamato sul seggiolino quando i problemi di eroina del buon Topper si faranno insormontabili) non resta niente, sostituito dalla precisione disumana e dalla potenza del nuovo Nick “Topper” Headon. Gli altri si adeguano, ed infatti Joe Strummer canta come se dovesse redimersi l’anima (e quanto invece canta Mick Jones l’anima la redime davvero), Paul Simonon diventa un vero bassista e cementa una delle sezioni ritmiche più spettacolari della storia, Mick Jones si esalta, suona come il suo idolo Johnny Thunders e scrive la più bella canzone dei Clash, quella Stay Free che per un solo attimo si allontana dagli assalti all’arma bianca e dona il fascino dell’immortalità ad un disco intramontabile.

Note di produzione:

Più che il suono, indubbiamente buono, quello che più fece incazzare i puristi fu la scelta del produttore. Semplicemente, un membro dei Blue Oyster Cult non poteva essere il regista di un disco punk. E invece, fottendosene dei consigli non richiesti (come fecero praticamente fino alla fine della carriera), i Clash scelsero Sandy Pearlman affinché muovesse i cursori e le manopoline del mixer. Scelta eccellente.

Ad un suono assolutamente feroce si accompagnano una serie di sottigliezze che emergono solo dopo un po’ di ascolti attenti, per un’atmosfera che è si deflagrante quando si alzano i ritmi (i primi tre brani), ma diventa nostalgica quando si canta di storie passate (Stay Free) o enfatica quando si chiamano a raccolta gli accoliti (All The Young Punks): Sapienti tocchi di organo hammond o di piano appena accennati fanno da contraltare ad una chitarra solista, suonata dal dotatissimo Mick Jones, che è libera di ricamare trame sonori che si inseriscono tra gli accordi di Joe Strummer quasi come quelle di Mick Taylor facevano con gli accordi di Keith Richards. Dal punto di vista sonoro un paragone col primo, omonimo disco è improponibile.

Dove lì gli strumenti sembravano suonati attraverso fustini di detersivo, in Give ‘ Em Enough Rope tutto è centrato al millimetro. Le chitarre si completano a vicenda, i power chords ringhianti di Joe Strummer sostengono il solismo da suono pastoso di Mick Jones (che quasi mai suonerà così pochi accordi come in questo disco, limitandosi quasi esclusivamente ad assoli e contrappunti di gran gisto), il suono di  basso di Paul Simonon è “gommoso”, morbido, ben diverso da quello medioso del disco precedente, la batteria di Nick “Topper” Headon è sparata in primo piano, costruisce l’impalcatura sulla quale l’architetto Jones costruisce un monumento e gode di un suono prodotto ma non iperpompato.

Strumentazione:

I Clash saranno stati rivoluzionari in tutto, ma avevano il buon gusto di capire che certe cose non potevano essere migliorate e che, di conseguenza, a volte un sano conservatorismo era necessario. Accoppiata Fender (Telecaster nera e Twin Reverb) per il suono sgranato e sporco di Joe Strummer, Gibson Les Paul Custom (bianca o nera) e Mesa Bolgie Mark II su cassa Marshall attraverso un effetto Roland Space Echo (la vera arma segreta del nostro) per le note grasse e sature di Mick Jones. Per questo disco, e per sempre, Paul Simonon abbandona il Rickenbacker che lo aveva accompagnato agli inizi, in favore di un Fender Precision il cui suono profondo caratterizzerà le incursioni dei quattro in terreni ska, reggae e dub dei dischia venire. Drum kit tipicamente inglese per Topper Headon, con batteria Premier dall’assetto rock classico (cassa di misura abbondante, due tom, un timpano, tre piatti, un ride)

 

 

 

Postato da: TheGoblin a 16:53 | link | commenti (9) |
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