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Jesus and Mary Chain
Psychocandy
Corpi scheletrici, sguardi liquidi a metà tra il corrucciato e l’assente, ciuffoni di capelli ricci a coprire gli occhi, giubbotti di pelle nera, narcosi manifesta. A metà degli anni ’80, l’altra faccia dell’elettro pop di Tranne qualche rara eccezione, difficilmente due fratelli che suonano all’interno della stessa band vanno d’amore e d’accordo. Jim e William Reid non fanno eccezione. Litigano, si insultano, si picchiano, si detestano. Questo dualismo lo portano sul palco, lo sublimano e lo rivolgono all’esterno. Il risultato sono sono le risse sopra e sotto il palco, gli oggetti che volano per la sala, i concerti interrotti dopo venti minuti, la sfida costante al pubblico, l’aggressione latente e manifesta. Odiati come i Jesus and Mary Chain probabilmente ci furono solo i Suicide. E con il duo newyorkese il gruppo dei fratelli Reid ha parecchio in comune., ma è soprattutto un aspetto che li affratella: il rumore. Rumore bianco, rumore invadente, rumore che diventa canzone, che cancella tutto il resto, che investe e riveste, che è tutto. Quando, nel 1984, un imberbe Alan McGee ascolta per sbaglio una devastata cover di Vegetable Man di Syd Barret suonata dai due fratelli, apre il portafogli della sua microetichetta, Stooges per l’assalto frontale, Suicide per la violenza, 13th Floor Elevators per la visionarietà, Beach Boys per le melodie paradisiache, Syd Barret per il gusto di fare a pezzi il pop col suo stesso linguaggio, Velvet Underground per tutto il resto. Ecco servito Psychocandy. Il pop crivellato sotto i colpi di una mannaia Gibson distorta in maniera sgraziata, fastidiosa, con una colata di feedback magmatico a ricoprire le drogatissime melodie. Sia nei pezzi veloci (My Little Underground, The Living End) che quando i ritmi rallentano (Just Like Honey, Taste Of Cindy, Sowing Seeds), quando le atmosfere diventano intime (Cut Dead, Some Candy Talking), The Hardest Walk) o nevrotiche (You Trip Me Up, In a Hole, It’s So Hard, Taste The Floor), la costante é una sola: il caos che é sempre sul punto di implodere su sè stesso, con miracolosi colpi di coda che evitano la catastrofe o che, viceversa, nella catastrofe ci si tuffano a pesce. Un incubo oppiaceo scuro e violento, minaccioso anche nei momenti dolciastri, sporco, poco rassicurante e decisamente claustrofobico. Unico, in una parola. Quello che avrebbero suonato i Velvet Underground se fossero nati in Scozia invece che a New York e fossero stati meno intellettuali. Psychocandy fu l’inizio della fine. Con un disco d’esordio come questo, andato probabilmente oltre le più rosee aspettative del gruppo, ogni confronto successivo sarebbe stato impietoso. La scarsa perizia sia di esecuzione che di scrittura dei quattro rende mortificante ogni paragone tra Psychocandy ed i lavori successivi, che vedranno prima l’abbandono di Gillespie, che andrà a cercare(e trovare) maggior fortuna come frontman dei Primal Scream, e successivamente anche quello di Douglas Hart. Note di produzione: Un riverbero cavernoso, un feedback onnipresente, un battito elementare, una linea di basso che tiene in piedi la baracca. Psychocandy è l’incubo di ogni purista del suono. Producono, maldestramente, Jim e William Reed, coadiuvati, in alcune tracce, da John Loder. Quello che ne viene fuori è un disastro sonoro. Che, incredibilmente, funziona. Un trattamento da terroristi del suono che, probabilmente, ha il 70% dei meriti della riuscita del disco. Spogliate degli echi e delle distorsioni, e lasciate in mano a strumentisti validi, le tredici tracce di Psychocandi non sarebbero altro che, con qualche eccezione, una serie di innocue canzoncine da falò. Invece Psychocandy è uno dei dieci dischi definitivi degli anni ’80. Il trattamento al quale lo sottopongono i fratelli Reid è radicale. La batteria di Bobby Gillespie deve tutto a quella di Moe Tucker dei Velvet Underground. Cassa, rullante, timpano e basta, per un beat scarno e incalzante, lontano e riverberatissimo. Così come riverberatissima é la voce, sempre tenuta su toni baritonali e con una resa in volume molto alta, in modo da emergere nitida dal magma strumentale che altrimenti laseppellirebbe. Le chitarre sono lo strumento più interessante. Più che sfruttare la distorsione degli amplificatori o dei pedali, William Reid porta sul rosso i canali del mixer, sovraccaricando il volume, enfatizzandone i toni acidi e fastidiosi, e giustiziando quasi completamente le basse frequenze. Il tutto viene processato attraverso un riverbero valvolare ampissimo, che fa suonare la chitarra come n una caverna lontana. In molti pezzi è presente una chitarra che non emette alcuna nota, posta di fronte all’amplificatore con l’unico compito di risuonare in larsen. La chitarra che dal vivo pendeva dal collo del cantante, Jim Reid, che non la suona mai, serviva a questo. Le linee di basso non derogano dalla nota di riferimento, con un suono grasso e definito, da amplificatore tirato ad alto volume, appena sotto la soglia della distorsione. In una versione da incubo, è l’apoteosi e la disintegrazione del “wall of sound” di Phil Spector. Strumentazione: 
