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Iggy and The Stooges
Raw Power
Quello che varca la soglia dei Cbs studios di Londra, nell'autunno del 1972, é un gruppo che puzza di morte. Di una morte violenta, veloce, devastante. Gli Stooges non sono più gli Stooges. Non quelli di due anni prima. Iggy Pop é perso dietro ai suoi deliri oppiacei, prontamente seguito dal batterista Scott Asheton e dal nuovo chitarrista, quel James "teschio" Williamson che ha soffiato il posto a Ron Asheton, oggi retrocesso al basso. Quelli che erano in predicato per diventare i Rolling Stones d'America si trovano di fronte un muro invalicabile, alla fine di un vicolo cieco, coi mostri alle calcagna. Una situzione senza scampo. Scaricati senza complimenti dalla Elektra, distrutti nel fisico e sfatti nella mente, nel 1970 gli Stooges attraversano una serie di cambiamenti che avranno enormi conseguenze sul futuro. Fanno fuori il bassista originale Dave Alexander, che di lì a poco morirà per le conseguenze di un'esistenza dissennata, da perfetto Stooge, ed al suo posto imbarcano rimpiazzi come Zeke Zettner (anch'egli morto in capo a cinque anni) e Jimmy Recca, alla chitarra di Ron Asheton affiancano prima Bill Cheatham e poi James Wiliamson, rompono l'idillio con Steve McKay, il musicista il cui sax tenore deviò definitivamente l'album Funhouse dai binari della sanità mentale. Un paio di mesi, poi la fine. Il giocattolo si rompe.
Iggy Pop viene preso sotto l'ala di David Bowie e del suo entourage, con la ferma intenzione di farne un dio glam, il resto della band si smembra, tra ricoveri per epatite virale (James Williamson) e, semplicemente, nient'altro da fare (i due Asheton). Bowie porta Iggy Pop a Londra, gli ricama sopra un look androgino a misura del suo personaggio Ziggy Stardust, e ne asseconda i capricci. Il primo dei quali è reimbarcare il junkie partner James Williamson, col quale Iggy era affratellato da una disastrosa dipendenza dall'eroina. Provano le sezioni ritmiche più calde che il Regno Unito potesse offrire, non ne cavano un ragno dal buco. L'idea è lapalissiana. Riportare Scott ed il fratello Ron e farne batterista e bassista del nuovo progetto.
Gli Stooges escono dalla porta e rientrano dalla finestra. Con un nome nuovo. Nascono Iggy and The Stooges. A cominciare dalla copertina, dai suoi caratteri "dripping monster letters", dalla foto di un minaccioso Iggy Pop, creatura demoniaca e androgina, Raw Power é il testamento di un'epoca, di un modo di sentire, ed il portale su una voragine che si scoprirà punk solo cinque anni dopo. E dentro c'è un concentrato di tutte le energie più negative che un essere umano é capace di concentrare. Apre il sipario Search And Destroy, probabilmente la singola canzone più seminale di tutti i tempi, quella che ha influenzato più gruppi, quella senza la quale una buona fetta del Rock'n'Roll come lo si intende adesso, nemmeno esisterebbe. Un assalto disperato, selvaggio, terminale. Ci si accorge subito che la musica é cambiata e che Iggy and The Stooges con gli Stooges di due anni prima non hanno nulla a che vedere. Gimme Danger, la seconda, è un grido di dolore e di disperazione sconsolato e virato in oppiaceo. Due capolavori, ma tutto sommato ancora ben inseriti nel solco della tradizione: E' con la terza, Your Pretty Face Is Going To Hell che la storia muta. Un delirio mai sentito prima, un disastro sonoro, per quasi cinque minuti. Iggy Pop é una belva ferita che rantola, ruggisce e si dimena, la chitarra di James Williamson taglia come lamiera e attacca con un assolo che dura tutta la canzone e che ha lo stesso effetto delle unghie sulla lavagna, i fratelli Asheton tuonano in sottofondo. Con la soffocante Penetration si raggiungono vette di perversione mai più sentiti dai tempi dei Velvet Underground. Frustrazione e desideri repressi sfociano in un brano di sinistra sensualità, con Iggy che bisbiglia e gli altri tre che ce la mettono tutta per tessere una trama di lascia ed angosciante lussuria.
Il primo lato si conclude così. Tra i solchi si avverte il disastro, e si ha la netta sensazione di avere davanti agli occhi una supernova, ultimo luminosissimo sussulto di una stella destinata a morire, ma che vuole consumarsi di fuoco nucleare e scomparire con un'esplosione. La prima canzone del lato B dà il titolo al disco, e probabilmente è la meno riuscita, troppo addomesticata e mortificata da assurde scelte di produzione. Il brano brillerà in tutta la sua cattiveria nelle versioni catturate sui bootleg, che la presentano prima della ripulitura, durante la fase di concepimento. La successiva I Need Somebody é un brano da notte piovosa piovosa passata a girovagare in auto, senza meta. Atmosfere notturne e furia smorzata per la canzone meno canonicamente Stoogeiana del disco. Un blues metropolitano che si apre in un finale frammentario e spezzato, dove finalmente si può ascoltare la perizia della sezione ritmica, clamorosamente penalizzata in tutte le altre canzoni. Shake Appeal é un altro mostro. Ritmo incalzante, suono al limite del tracollo, nessuno ritornello, senso di minaccia e di pericolo latenti, con un assolo lacerante e una serie di urla da far accaponare la pelle. La band é compattisima e macina Rock'n Roll come mai nessuno prima. Death Trip, col suo titolo profetico, segna la fine. La fine del viaggio, al termine del quale c'é la morte, sorte che tutti pronosticavano come probabilissima per Iggy Pop: Morte vera, non metaforica. Un riff iniziale che suona come un maglio di ferro contro una vetrata, lo sfogo di un folle che grida, una band che si avvicina al bordo del burrone a trecento all'ora. Dopo sei minuti tutto è finito. Raw Power sarà il canto del cigno per la più strepitosa ed autodistruttiva banda di disperati di tutti i tempi che si immolano in un accecante, terminale olocausto nucleare.
Note di produzione:
Raw Power é una bestia strana. Secondo i canoni rigidamente audiofili dovrebbe essere un disastro, secondo le regole della produzione altrettanto. Invece è un magma sonoro mesmerizzante, totalizzante, affascinante nella sua capticità. Massacrato durante la fase di registrazione, con un trattamento assurdo per basso e batteria (il primo poco più che un inintellegibile rombo di sottofondo, la seconda svuotata di ogni coerenza sonora e piatta lungo tutto lo spettro armonico) che suonano distanti e ovattati, tutto il disco poggia su chitarra e voce, entrambe sparatissime in primo piano. Ci sono medie frequenze che schizzano incontrollate, tanto da rendere l'ascolto in cuffia un'esperienza dolorosa, al limite del masochismo. Le stesse medie frequenze che, unite ad una saturazione che va oltre il normale concetto di distorsione, danno alla chitarra presenza e forza incredibile e mai ascoltata prima, in nessun altro disco. Lo stesso per la voce, spesso in overdrive, aiutata dal fatto che mai come in questo disco Iggy Pop ruggirà, più che cantare. Qua e là fanno capolino alcuni strumenti non propriamente ortodossi, dal tamburello di Raw Power alla "celeste" di Penetration, dal dulcimer di Gimme Danger, al battimani di Shake Appeal, al piano modello "trapano del dentista" suonato su disco da Bob Sheff e dal vivo da Scott Thurston. Sono i tocchi apportati da David Bowie in cabina di missaggio, per rendere almeno sopportabile un disco sul quale la Cbs puntava parecchio (in maniera immotivatamente ottimista) dal punto di vista commerciale.
Nel 1996 Iggy Pop rimetterà mano ai nastri per rimissarlo. Il suo lavoro, in pratica, si limitò nel mettere tutti i potenziometri a dieci e portare gli indicatori sul rosso, devastando le piccole, bizzarre ma funzionali sottigliezze bowieane e sostituendole con un continuo, sfibrante, sfiancante attacco frontale. Il tutto senza rendere giustizia ai fratelli Asheton, la cui sezione ritmica avrebbe almeno potuto essere alzata di due tacche di volume, rendendo Raw Power quel capolavoro immenso che sarebbe stato se, come si ascolterà sul bootleg Rough Power (suonato in preproduzione), tutti gli strumenti fossero stati bilanciati a dovere a monte.
Strumentazione:
Il suono di Raw Power é diametralmente opposto a quello dei primi due dischi degli Stooges, quelli con Ron Asheton alla chitarra. Tanto fluido, caldo, psicotico il suo quanto saturo, brutale e nevrotico il tono di James Williamson. Il motivo, oltre che negli stili differenti, é da ricercarsi nella strumentazione. All'hendrixiana combinazione Marshall Plexi e Fender Stratocaster di Ron Asheton vengono sostituiti Gibson Les Paul Custom (sunburst, nera e silverburst) e Vox AC30 al limite della fusione di James Williamson. Il suono abrasivo del disco é quasi integralmente il risultato di questa combinazione, con un piccolo Marshall Jmp da 50 watt che fa capolino qua e là. Le note dolenti vengono dal basso. Per qual poco che si ascolta, Ron Asheton maneggia le quattro corde con stile e perizia assolutamente personali. In registrazione, per lui, un Gibson Sg a scala corta con un humbucher al manico dentro un Sunn di grande wattaggio, per un suono tumultuoso e rimbombante. Al Gibson, dal vivo, Ron Asheton sostituirà un Fender Precision Sunburst con il manico, più stretto, di un Jazz bass, mantenendo i Sunn come amplificatori. Verso il 1974, poco prima della fine della band, Asheton suonerà uno strano Guild, quasi perfetta replica delle forme "diavoletto" del Gibson Sg. Scott Asheton, in registrazione, percuote una Ludwig che, tristemente, suonerà come un tamburo primitivo percosso da un cavernicolo. Dal vivo la sostituirà con una batteria di marca sconosciuta, totalmente trasparente come moda glam dell'epoca, aggiungendo occasionalmente una grancassa a quella già esistente. Iggy Pop, dal suo canto, ha sempre preferito cantare in studio come faceva dal vivo. Shure in mano e via, senza filtri e senza fronzoli.

