Hellacopters
Payin' The Dues
Quando Nicke Andersson abbandona i tamburi degli Entombed (atipica death metal svedese di discreto successo) per abbracciare una Les Paul Custom bianca e piazzarsi dietro il microfono degli sconosciuti Hellacopters, non sono pochi quelli che credono sia uscito di senno. E’ il 1995, in piena esplosione neo-punk, e l’idea di suonare una devastante miscela di Mc5, Motorhead, Stooges e Kiss non sembra esattamente la mossa più furba per costruirsi una carriera che consenta di arrivare a pagare le bollette ed arrivare dignitosamente a fine mese.
Una manciata di singoli (vera fissazione, quella dei nostri), il primo album, l’acerbo ma eccitante Supershitty To The Max, altri singoli sparsi qua e là, poi, nel 1997, la bomba. Dietro la copertina con le hot rod flames viola su fondo nero c’è quel Payin’ The Dues che per chi mastica un certo tipo di Rock’n’Roll sarà il disco più importante del decennio. Di fatto, le dieci tracce del disco (più una incredibile versione di City Slang dei Sonic’s rendezvous Band destinata solo ai maniaci del vinile) sono un compendio di quanto di più deragliante, maleducato, violento, eccitante il mondo del Rock’n’Roll abbia mai visto. Citazioni su citazioni, accordi rubati ai maestri, luoghi e mitologie del Rock’n’Roll, per tutti i quaranta minuti (scarsi) on c’è una singola nota fuori posto. In più si avverte una tensione,un’energia che travalica i solchi del disco, esce dalle casse e distribuisce calci in culo violentissimi. C’è di tutto, talmente tanto che un maniaco del Rock’n’Roll potrebbe passare mesi a scoprire tutte le citazioni, palesi o criptate, con le quali gli Hellacopters infarciscono il disco.
Dalla prima, You Are Nothin’ all’ultima (che ospita alla solista Ross “The Boss”, chitarrista dei Dictators) Psyched Out And Furious passando per Hey, SoulSeller, Like No Other Man, ogni canzone è a suo modo un classico. Assoli Rockabilly con double stops, armonica deragliante, accordi V-VI tipicamente Rock’n Roll a’ la Chuck Berry, violenza e caos come non se ne sentiva dai tempi di Detroit alla fine dei ’60, l’influenza nefasta del punk di entrambe le sponde dell’Atlantico (Damned e Dead Boys su tutti), glam malato, velocità eccessiva, ruote fumanti, grafica horror, dadoni pelosi allo specchietto, pin-ups, diavoli disegnati, pinstripes, croci celtiche e piano woogie-boogie, pose e mosse Rock’nRoll e gente che rantola per terra. Un filo rosso di Moebius che, di fatto, apre e chiude il sipario sul Rock’n’Roll. Epocale, come l’incredibile scena scandinava di metà anni ’90 (Gluecifer, Sewergrooves, Backyard Babies, Turpentines, tutti compagni di merende).
Accanto a lui per questa missione suicida, Nicke (nel frattempo ribattezzatosi Nick Hellacopters prima e Nick Royale poi) chiama il batterista Robert Ericksson (Robban Hellacopters) dei Sewergrooves, il bassista Kenny Hakansson (Kenny Hellacopters) suo vecchio amico d’infanzia e quel Dregen, strepitoso e filologico chitarrista solista in libera uscita dai Backyard Babies, che del movimento scandinavo sarebbe stato immagine glamourosa e malefica. Per la prima volta accreditato come membro della band (benché le foto interne, MC5-style, non lo contemplino) c’è anche il pianista Anders Lindstrom, alias Boba Fett. Hi energy, Nitro burnin’ Fuel-injected action Rock’n’Roll, come sta scritto da qualche parte. E basta.
Note di produzione:
L'esplosiva miscela degli Hellacopters non fa prigionieri. Il basso suona come una chitarra, le chitarre suonano come motori imballati e animali inferociti, il piano sembra il trapano del dentista, la batteria ricorda un maglio che si abbatte su una piattaforma di metallo e la voce è un rantolo incontrollabile e sepolto sotto strati di magma rovente. Incredibilmente, funziona.
Quando, col disco successivo (e con l’uscita di Dregen, sostituito dal più talentuoso ma meno selvaggio Robert “dala” Dahlkvist) il suono si ripulirà, qualcosa degli Hellacopters è andata via per sempre. Producono gli hellacopters, affiancati da tale Andrew Shit (che altri non è che il pianista Boba Fett) e da quel Thomas Skogsberg senza il quale la scena scandinava probabilmente non sarebbe mai esistita. Lo stile di Skogsberg ha forgiato il suono di praticamente tutti i gruppi rock’n’roll svedesi del decennio, ed è riassumibile in due parole: Maximum Overdrive. Chitarre in distorsione pesante ma ben lontanae dal suono metal, e rigorosamente isolate (Nicke sul canale destro, Dregen su quello sinistro, spesso impegnati in urlanti duelli conditi dall’onnipresente wha-wha), assoli – tre, quattro ogni brano, semplici, brevi e violenti – sovraincisi, piano martellante, basso in moderato overdrive semplice ma decisamente incisivo e batteria che non si può definire in altro modo che terremotate.
Restano le voci, che urlano incontrollate come da scuola Iggy Pop/Rob Tyner/Gerry Roslie e si guadagnano il loro spazio all’interno del marasma strumentale grazie ad una sapiente esasperazione delle medie frequenze che ne distorce i picchi.
Strumentazione:
Anche qui tradizione e retaggio. Nicke suona una Les Paul Custom bianca da mancino, attraverso un overdrive Boss, un wha-wha Cry Baby ed un Marshall JCM800 al limite del collasso. Puro delirio valvolare. Dregen è un appassionato di Gibson ES-335, e con le semiacustiche a cassa bassa (una nera, una bianca ed una rossa, tutte degli anni’80) alimenta il suo Fender Bassman turbocompresso (su cassa Marshall) anch’egli con overdrive Boss e Cry Baby.
Fender Rhodes e Vox Jaguar, amplificati tramite Marshall JCM o Vox ac-30 per il pianista Boba Fett, Basso Fender Jazz degli anni ’70 ( segnaposizione block) con finitura sunburst distrutta attraverso un Ampeg per Kenny, e batteria Premier canonicamente Rock’n’Roll (un tom, una cassa, un rullante, un piatto, un ride e due timpani) per Robban.
