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venerdì, 07 ottobre 2005

 
MC5
Kick Out The Jams
E’ il giorno di Halloween del 1968, Zenta New Year tra i fulminatissimi hippies di Detroit. Accompagnati dall’infuocato sermone di Brother J.C. Crawford (“Brothers and Sisters, I wanna see a sea of hands out there, let me see a sea of hands…”) che carica pubblico e musicisti alla follia, guadagnano il palco della Grande Ballroom cinque tipacci imbottiti di acidi e marijuana. Una cover velocissima di Ramblin’ Rose (Nat King Cole)  e poi via, inizia il massacro.
“Right Now It’s Time To…..Kick Out The Jams, Motherfuckeeeeeeers!”
Sono gli MC5. Una macchina da guerra che incendierà la Motor City per quattro anni. E poi imploderà. Il braccio armato di chitarra delle White Panthers, ideologizzati dalle idee bislacche di Jonh Sinclair (Guns, Dope, Fuckin’ in the streets), cresciuti nei club puzzolenti del midwest americano a macinare cover di rhythm’n’blues, interpreti ed esegeti della musica british invasion, i cinque si trovano a registrare l’album d’esordio dal vivo. 
Dietro le quinte un cast impressionante. Produce Jac Holtzman, capoccia della Elektra, registra Bruce Botnick, che della casa discografica californiana ne forgiò il suono, supervisiona Danny Fields, alle cui intuizioni il mondo deve la scoperta dei Doors, dei Love, dei Ramones, degli Stooges e degli MC5. Ce n’è abbastanza perché sia leggenda.
In realtà Kick Out The Jams è oltre la leggenda. Un’esplosione nucleare di suono, di energia incontrollata, di canzoni allucinate, di cover deragliatissime, di riff sparati come da una mitragliatrice. I brani spaziano dal sublime al galattico, dal magmatico al devastante. La title track e Rocket Reducer N° 62 (Rama Lama Fa Fa Fa) mirano ad altezza uomo, Come Together e Borderline riportano il sangue ed il sudore dentro il blues, le cover Ramblin’ Rose, Motor City Is Burning, I Want You Right Now e Starship (una lisergica versione di oltre otto minuti del classico del jazzista-off Sun Ra) annichiliscono il ricordo degli originali e ridisegnano il concetto di musica dal vivo aprendo scenari sonici mai esplorati prima.
Mai un attimo di respiro, mai una pausa (nemmeno nei secondi in cui la musica tace), i cinque sono una macchina da guerra carburata a sostanze proibite che fila a mille all’ora. La grandezza di Kick Out The Jams verrà confermata ed amplificata dal mortificante confronto con i due lavori successivi (in studio) che non riusciranno a catturare neanche un grammo della violenza sonora dell’esordio.
Note di Produzione:
Un microfono davanti a ciascun amplificatore, due panoramici sopra la batteria, ed uno in mano al cantante. Seghe zero, azione mille, semplice e diretto. Mentre il disco scorre si avverte l’odore di fumo e sudore, si sente l’umidità del club, si tocca con mano l’intensità della performance. Un’intensità quasi insostenibile.
Bene fecero Holtzman e Botnick a non toccare niente e rendere il suono così come usciva dagli amplificatori. Un suono di chitarra che scortica, spigoloso e sgranato quello ritmico di Fred “Sonic” Smith, più saturo e compatto quello della solista di “Brother” Wayne Kramer. Una sezione ritmica decisamente “libera”, con la batteria irrequieta di Denjis “Machinegun” Thompson ed il basso scarno e pulsante di Michael Davis. Su tutto la voce cruda e sparatissima di un Rob Tyner che si infuoca di furore estatico alla James Brown.
Il fatto che i cinque di Detroit non fossero, per così dire, esattamente disciplinati, non fa altro che aggiungere pepe alla pietanza. Cori ululanti, assoli selvaggi, improvvisazione pura, rullate di batteria e piatti in abbondanza, urla, rumori, pubblico che impazzisce. Difficile non immedesimarsi e credere di essere davvero a Detroit nello Zenta New Year del 1968.
Strumentazione:
Nonostante Wayne Kramer abbia praticamente legato il suo nome alla Fender Stratocaster bianca col battipenna a stelle e strisce, Ron Asheton (che con gli Stooges aprì il concerto) dichiara che il bravo chitarrista quella sera suonò una Gibson Sg Custom. Ed effettivamente, ad osservare attentamente la copertina se ne vede una imbracciata da Kramer, rossa con battipenna bianco. Anche il suono, più grasso e meno pungente rispetto ad una Fender, sembra confermare la bontà delle affermazioni di Ron Asheton. “Sonic” Smith durante la sua carrierà si servì di strumenti non esattamente rock, quali una Gretsch Tennessean, una Epiphone Crestwood Custom ed una Rickenbacker 460. In questo disco comunque usa il suo primo amore, una Morite Ventures bianca. Per entrambi amplificatori Marshall Plexi Superlead, rigorosamente ricoperti dalla bandiera americana. Fender Precision sunburst dentro amplificatori Sunn per il bassista Michael Davis e Premier a doppia cassa per il batterista Dennis Thompson.

 

Postato da: TheGoblin a 23:35 | link | commenti (2) |
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