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giovedì, 19 luglio 2007

Radio Birdman
Radios Appear

Il filo rosso che lega la Motor City alla terra di Oz ha un nome ed un cognome. Deniz Tek. Da Detroit a Sydney, andata e ritorno, e di nuovo andata. Nel nome del Rock'n'Roll. E dei Radio Birdman. La scena australe nasce praticamente con i contemporanei (ma distanti anni luce in quanto a proposta musicale) Saints e con i sei uomini uccello, la cui ombra lunga, influenza e presenza "ingombrante" ha favorito lo sviluppo di una scena "matura" e prolifica come poche altre al mondo, non soggetta, oltretutto, alle bizzarrie ed isterie dei teen idols da un disco e via.
I Radio Birdman irrompono nel sonnacchioso panorama australiano con la forza di un inaspettato ed improvviso calcio nei coglioni, con una miscela urticante di Rock'n'Roll di impronta detroitiana fino al midollo, assalti strumentali di sapore surf, echi doorsiani e attitudine noi-contro-il-mondo. Propellente del sestetto è l'americano Deniz Tek, chitarrista sopraffino armato della bianca Epiphone Crestwood che fu di Fred Sonic Smith degli Mc5, suo partner in crime è il biondissimo ed inquietante Rob Younger, cantante con una presenza scenica che pochi altri al mondo possono tutt'oggi vantare. Ad accompagnarli la quadrata e potente sezione ritmica composta da Warwick Gilbert al basso e da alla batteria, l'organo mesmerizzante di Pip Hoyle e la chitarra ritmica del giovane canadese Chris "Klondyke" Masuak, eternamente nascosto dietro ai suoi Rayban a goccia con le lenti a specchio.
Tek ed Hoile dividono il loro tempo tra la band e gli studi di medicina, Gilbert è un grafico,  Ron Keeley un giornalista, Younger e Masuak alternano sessioni di registrazione dietro e davanti al mixer. Tra un impegno e l'altro, nel 1976 esce Radios Appear. Un capolavoro, senza se e senza ma.
Tutte le influenze che apparentemente dovrebbero collidere tra loro, si sintetizzano in una srie di canzoni in bilico tra il dejavù ed il misterioso, con un piede nella tradizione ed uno nel futuro. Dentro c'è letteralmente di tutto. Dagli assalti all'arma bianca del manifesto New Race e della spettacolare Non Stop Girl ai pianismi quasi jazz di Man With Golden Helmet, al surf deragliante di Aloha Steve and Danno al delirio stoogesiano di Monday Morning Gunk, dal punk'n'roll di Do The Pop e What Gives al quasi progressive a' la King Crimson di Descent Into Maelstrom, dalla vorticosa discesa nel rollingstonismo mutante di Anglo Girl Desire e Murder City Nights ai sussulti romantici e malati di Love Kills, dagli omaggi ai maestri con le cover di Tv Eye degli Stooges e You're Gonna Miss Me dei 13th Floor Elevators, non uno dei brani è debole o fuori contesto, mai una caduta di tono e soprattutto mai una caduta di stile.
La chitarra di Deniz Tek disegna miracoli, quella di Chris Masuak tesse un groove impenetrabile, la sezione ritmica sostiene e spinge, l'organo di Pip Hoyle, vero segno distintivo insieme alla chitarra di Deniz Tek, aggiunge quella dose di mistero e intangibilità a tutti i brani, e la voce di Rob Younger, calda come magma, confeziona una serie di pezzi che connotano probabilmente Radios Appear come il debutto più "maturo" di tutti i tempi.
Dal punto di vista concettuale, i radio Birdman apparivano come alieni capitati per caso sul pianeta terra al fine di dominarlo, infliggendogli terrificanti punizioni e distruggendolo il più possibile in corso d'opera. Il simbolo, esoterico al pari di quelli dei loro numi tutelari, i Blue Oyster Cult, una specie di sole nero e sfregiato su fondo rosso, diede ai più idioti dei commentatori l'occasione per parlare di band protonazista. Tutte critiche alle quali i sei Birdmen rispondevano alzando il volume di tre tacche, inforcando gli occhiali da sole e devastando il palco della loro Oxford tavern, locale che gestivano in proprio per avere un posto dove suonare, invisi com'erano alla miope scena di Sidney della prima metà del decennio '70.

 

Note di produzione:

C'è un senso di opprimente inquietudine ad ascoltare i radio Birdman, e, volontarie o meno, le scelte di produzione del disco non fanno niente per dissipare la sensazione. Semmai,anzi, la amplificano. Merito senza dubbio delle incursioni organistiche di Pip Hoyle, ma le chitarre affilate e ringhianti di Deniz Tek e quelle invece nervose e sferraglianti di Chris Masuak di certo non sono da meno. La sezione ritmica è asciutta, diretta, col basso di Warwick Gilbert  a pulsare in sottofondo e la batteria a scandire il tempo. La voce di Rob Younger è appena riverberata, mettendo in luce la crudezza delle interpretazioni che si contrappone all'intrinseco calore del tono. Da segnalare, inoltre, una perizia sugli strumenti decisamente maggiore di quanto lo status di gruppo all'esordio discografico non farebbe immaginare. Ottimo, ad esempio, l'impasto tra le chitarre, la separazione sullo spettro sonico e l'alternanza di accordi e note singole, che si mescolano con l'organo senza mai pestarsi i piedi a vicenda.
A parte qualche attimo di Wha-wha negli assoli, il suono complessivo del disco è quello della vecchia scuola. Manopole a dieci e pedalare. Nonostante questo, il risultato finale è di una pulizia esemplare, non privo di calore analogico ma mai soggetto alle distorsioni acide tipiche dell'epoca e del dilettantismo allo sbaraglio che connotava molti dei gruppi e dei produttori, a maggior ragione in una nazione, l'Australia, che il Rock'n'Roll stava appena iniziando a conoscerlo. Producono infatti gli sconosciuti John Sayers & Charles Ficher, ai Trafalgar Studios di Sydney, che riescono a rendere alla perfezione su nastro la violenza dei concerti dal vivo del sestetto, col risultato di un disco che non é invecchiato di un solo minuto.

 

Strumentazione:

La scelta della strumentazione da parte dei Radio Birdman è abbastanza peculiare, se non altro in relazione al canonico trio Marhall-Fender-Gibson onnipresente nel mondo del rock.
La chitarra che a tutt'oggi accompagna le scorribande di Deniz Tek   con i Radio Birdman è quella Epiphone Crestwood Deluxe bianca del 1966 che Fred "sonic" Smith suonò con gli Mc5. E dopo trent'anni è ancora laprima scelta a sei corde del buon Deniz, che all'epoca di Radios Appear le affianca una Rickenbacker 450 del 1960. L'amplificatore è una testata Phoenix da cento watt in due casse 4x12. la particolarità di quest'amplificatore, oltre alla provenienza "indigena", è il fatto di avere dentro transistor invece che valvole, ma di suonare, nelle mani di Deniz tek, con un calore che di solito si attribuisce ai tubi termoionici.
Chris Masuak suonò la sua fida Rickenbacker 615 con humbucker Gibson ed una Gibson Sg Custom a tre pick up attraverso un fuzz di marca ignota ed un wha-wha che arrivavano in un Fender Bandmaster valvolare e nella stessa testata Phoenix usata da Deniz Tek. Bassi Fender Jazz nero del 1969 e Precision del 1973 in una testata Wasp da 200 watt, anch'essa presumibilmente a stato solido, con due casse Phoenix 4x12 ciascuna (anche questa di fabbricazione australiana), e batteria Gretsch per Ron Keeley.
La selezione di organi di Pip Hoyle è, se possibile, ancora più bizzarra: piano a coda Yamaha e piano elettrico Crucianelli amplificato da un Fender Super Twin per chitarra, affiancato occasionalmente da organi elettrici Farfisa e Vox Continental. Rob Younger invece ha cantato dentro uno Shure Sm58.


 

Postato da: TheGoblin a 15:37 | link | commenti (2) |
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